Cara, ti amo. Non mi nascondo

Difficile da raccontare e ancora di più da vivere in una cultura che resta chiusa.
Paola Concia "Da ex agonista so che lo sport può aiutare a sensibilizzare la società"


E' uno dei più grandi tabù dello sport, seppur, con gli anni, le stesse discipline ne abbiano sdoganato tanti. L'orientamento sessuale è sempre stato un dato sensibile, ma quando si parla di omosessualità, la sensibilità lascia il passo al caso che scotta, tanto che a livello ufficiale e internazionale non esistono dati che riguardino gli atleti.

Un viaggio dentro un tema così delicato; oltre gli stereotipi, il machismo obbligato, la femminilità ai nastri di seta, da intraprendere con Paola Concia, ex parlamentare, donna politica ma sopratutto di sport, lesbica e portavoce tenace dei diritti degli omosessuali.
"Ho iniziato a tre anni con il pattinaggio, ma ho praticato di tutto: la mia famiglia ha sempre dato importanza all'attività motoria e allo sport", racconta. E' col. tennis però che è stato amore, il primo, precoce: "Si - conferma - a 78 anni. Mia madre sosteneva che ero nata con la racchetta in mano. Avevo grande coordinazione, ero molto agile e veloce".

Le magistrali, poi la scelta di diplomarsi all'Isef a L'Aquiila, quindi non troppo lontano dalla città natia di Avezzano, infine gli studi per diventare maestra di tennis: "Ero brava, ma la racchetta rimaneva una disciplina eliatria e per famiglie ricche, e la mia non lo era. Ecco perchè mi sono dovuta fermare alla categoria B. Promisi a me stessa che se avessi trovato un'allieva o un aliievo capaci, ma in condizioni economiche svantaggiate, lo avrei aiutato, in una sorta di riscatto personale. Così è stato".

Nello sportivo la consapevolezza del proprio orientamento sessuale, arriva prima.
"Mi sono innamorata per la prima volta di una donna a 17 anni. Nel mondo del tennis, ma anche della pallavolo, che io ho praticato, di storie tra ragazze ce n'erano. Parlo degli anni Ottanta però, e tutto era vissuto in clandestinità. Vero è che lo sport aiuta a prendere prima consapevolezza della propria sessualità perchè consente un rapporto più stretto con il corpo e le sue sensazioni".

Dentro l'ambiente però, il tutto è più che accettato, rimosso: "Sì - conferma Concia - non ricordo un clima particolarmente ostile, e i rapporti erano vissuti, grazie alle trasferte e ai tornei fuori dalla provincia".

Sono passati oltre trent'anni ma il tabù, almeno in Italia, è rimasto e di coming out non se ne sono registrati, al contrario delle altre nazioni.
"In questo Paese - prosegue l'ex parlamentare - è facile dare le etichette, utili alla tranquillità dei benpensanti, per le quali il gay diventa femminuccia, mentre la lesbica si fa maschiaccio. Invece ci sono donne etero con tratti maschili e uomini con aspetti femminili che non sono omo. Dobbiamo andare oltre questi stereotipi. Ecco perchè non credo che il coming out sia più diffcile nello sport: è duro in ogni ambito sociale".

L'omofobia in ambito sportivo, tuttavia, esiste come fenomeno.
"Si - conferma Concia - ma quello che voglio ribadire è che la stessa intensità che si trova in tutta la società eormai il tabù è relegato agli uomini". In effetti, si è più propensi ad accettare l'orientamento sessuale delle atlete, dalle quali ci si aspettano sia i tratti fisici mascolini sia quelli psichici femminili.

Il coming out rimane comunque per tutti gli sportivi un salto nel vuoto. "E' un bivio: o si diventa un fenomeno sociale di coraggio, oppure resta uno stigma sociale sulla pelle dello sportivo. In verità, non si possono sapere a priori le conseguenze".

Di certo un ruolo predominante lo giocherebbe la reazione dello sponsor, spesso fonte principale di guadagno dell'atleta. L'ex tennista Martina Navratilova, una delle prime sportive di peso a dichiararsi lesbica, dopo il coming out perse 12 milioni di dollari in contratti pubblicitari.
Non solo, anche l'atteggiamento di risposta del pubblico ha la sua importanza. La rivista statunitense Sports Illustrated in un recente sondaggio ha rivelato che il 65% del pubblico intervistato sarebbe meno propenso ad acquistare un marchio sostenuto da un atleta gay.
E' anche questo uno dei motivi per cui lo sposrtivo non si dichiara omosessuale durante lo svolgimento dell'attività agonistica, ma magari a fine carriera. Anche se oltre oceano, chi si occupa di marketing, sostiene che lo sportivo oggi potrebbe beneficiare della confessione e farne un elemento distintivo in mezzo agli altri atleti.

"Nella decisione di dichiararsi - aggiunge Concia - incide sempre e comunque la paura della reazione degli altri e della discriminazione".

Da insegnante sia nelle scuole sia all'Università, l'ex parlamentare ha trovato casi di profondo disagio. "Ricordo un ragazzo al liceo scientifico dove insegnavo. Fui io ad accorgermi del suo orientamento non lui a dirmelo. Con l'alunno ebbi quindi un trattamento di maggior riguardo, mi impegnai sempre a conservare intorno a lui un ambiente positivo".

Secondo Concia lo sport potrebbe fare molto per rompere il tabù ed estendere la sua funzione sociale. "E' uno strumento - conclude - che crea modelli educativi positivi e potrebbe fare molto per sensibilizzare al tema tutta la società. In particolare, penso al calcio e al rugby in Italia, le discipline dell'uomo macho per eccellenza. Lì sì che il coming out potrebbe essere una leva molto efficace per far vincere ostilità, stigma e pregiudizi intorno all'omosessualità".
 


Fonte: MWS - Massima Woman in Sport
            articolo di: Monia Bracciali
 

 

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